Il Blog del Commissario

La revisione della spesa come strumento per il finanziamento di… nuove spese

30 luglio 2014

Si sta diffondendo la pratica di autorizzare nuove spese indicando che la copertura sarà trovata attraverso future operazioni di revisione della spesa o, in assenza di queste, attraverso tagli lineari delle spese ministeriali. Era già successo nella Legge di Stabilità del 2014, nel decreto legge 4 di fine gennaio 2014 (per evitare il taglio delle spese fiscali) e nel decreto legge sulla pubblica amministrazione (per finanziare i pensionamenti dei funzionari “anziani”). Ora questa pratica sembra sia utilizzata per finanziare il pensionamento di alcuni lavoratori arrivati alla cosiddetta “quota 96” (una combinazione tra età e anni di servizio) e tenuti in servizio in base alle regole di pensionamento vigenti.

Il totale delle risorse che sono state spese prima di essere state risparmiate per effetto di queste decisioni ammonta ora 1,6 miliardi per il 2015. Intendiamoci: tecnicamente, la copertura c’è. Ma questa è in realtà costituita da tagli lineari perché la promessa di future operazioni di revisione della spesa non può essere accettata come copertura sul piano giuridico.

Cosa significa questo in prospettiva? Significa che le risorse che deriveranno dalla revisione della spesa per il 2015 non potranno essere usate per la riduzione della tassazione (o del deficit o per effettuare altre spese prioritarie). Oppure che si dovranno attivare i sopracitati tagli lineari. Credo sia una tendenza preoccupante perché continuando così nuove spese saranno finanziate o tramite risparmi che non sono stati ancora approvati a livello politico o attraverso i famigerati tagli lineari che la revisione della spesa vorrebbe evitare.

E’ una situazione paradossale in cui la revisione della spesa (futura) viene utilizzata per facilitare l’introduzione di nuove spese. Naturalmente possono sussistere mille buoni motivi per alcune nuove spese (anche se, con riferimento all’ultima applicazione di questo nuovo approccio, la spesa per pensioni in Italia mi sembra già abbastanza elevata e la riforma delle pensioni era volta a contenerne la crescita). Se il Parlamento legittimamente decide di introdurre nuove spese dovrebbe contestualmente coprirle con tagli di spesa non lineare di pari entità, individuandoli per esempio tra le proposte di revisione della spesa già presentate dal Commissario in passato. Mi sembra che usare presunti tagli lineari – in apparenza molto diluiti sull’intera amministrazione – per la copertura di nuove spese riduce il costo politico inevitabilmente legato all’individuazione di coperture vere, concrete, selettive. Inoltre con questo atteggiamento si finge di dimenticare che mentre una revisione selettiva della spesa ha l’obiettivo di aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione a parità di prestazioni, i tagli lineari possono produrre per alcuni servizi una inevitabile riduzione delle prestazioni.

In fondo a tutte queste considerazioni di metodo, a mio avviso ne resta una cruciale, nel merito: se si utilizzano risorse provenienti da risparmi sulla spesa per aumentare la spesa stessa, il risparmio non potrà essere utilizzato per ridurre la tassazione su lavoro. Condizione, a mio giudizio, essenziale per una ripresa dell’occupazione in Italia.

 

La giungla delle partecipate locali

07 luglio 2014

Non riesco a trovare un termine migliore—giungla—per descrivere il mondo delle partecipate locali. E non credo sia solo la calura di questo weekend di inizio luglio che mi fa pensare alla giungla, a una giungla in buona parte inesplorata e di estensione incerta. Si è parlato di 8000 società, consorzi, agenzie, enti vari partecipati degli enti locali (comuni e regioni soprattutto). Ma sono certo di più. La cifra di 8000, la più citata, si basa sulle informazioni  della banca dati del Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ne censisce circa 7700. Ma questo censimento non è completo: intercetta quasi soltanto le partecipate  direttamente controllate dall’ente locale e quelle direttamente controllate da esse (secondo livello) ma non include le scatole cinesi che ne discendono. Inoltre non tutti gli enti hanno inviato le informazioni ; ad esempio solo poco più della metà delle ASL ha risposto. Così come ha mancato l’appello circa il 50 per cento dei comuni sotto i 30000 abitanti.

Se, invece,  si sceglie come riferimento  la banca dati del Dipartimento delle Pari opportunità della Presidenza del Consiglio (costituita per valutare la rappresentanza femminile nella composizione dei consigli di amministrazione] il conteggio sale a 10000.  E anche in questo caso ci sono delle incompletezze:  dunque il numero reale è  probabilmente ancora più elevato.

E’ una giungla  molto variegata. Ci si trova di tutto. Ci sono i servizi pubblici “classici” (elettricità, acqua, gas, rifiuti, trasporto pubblico urbano), che se in termini di fatturato rappresentano il 50-60 percento,  in termini di numero di aziende coprono soltanto intorno al 20 percento dell’universo delle partecipate. Ci sono le società che forniscono servizi all’ente pubblico (o agli enti pubblici) di controllo (le cosiddette strumentali). Queste sono circa un altro 40 percento. E ci sono anche quelle che operano sul mercato vendendo prodotti di diverso genere al pubblico, molti non di particolare rilevo economico, ma tanti altri  sono in tutto simili a ciò che è gia offerto dal mercato.

Quanto costano alla collettività queste partecipate? Le cifre che sono circolate di recente sui giornali  probabilmente esagerano il problema. Si è parlato della possibilità di risparmiare 12-13 miliardi dalla eliminazione delle partecipate (incluse quelle partecipate dalle amministrazioni centrali). Si dimentica che  molti dei fondi che vengono erogati alle partecipate sono spesi per acquistare servizi che servono alla collettività o finanziano investimenti (soprattutto nel caso delle partecipate centrali). Ma anche al netto di queste cifre  il costo resta comunque significativo. Nel 2012 le perdite delle partecipate censite dal MEF è stato di circa un miliardo e 200 milioni. Le perdite evidenziate in bilancio peraltro non raccontano tutto: in molti casi ad esempio non appaiano soltanto perché l’attività dell’ente è finanziata con un contratto di servizio troppo generoso, i cui costi gravano sui cittadini, oppure perché le  inefficienze vengono scaricate sugli utenti attraverso tariffe più elevate di quanto sarebbe necessario se queste società fossero ben gestite.

Non sono solo le perdite economiche a rappresentare un costo, anche la sproporzionata lievitazione del numero delle aziende è  già di per sé un problema: l’opacità, oltre che la complessità,  del sistema che ne consegue è evidente..   Le partecipate sono troppe (in Francia, non certo un esempio di snellezza fiscale, ce ne sono un migliaio). E molte appaiono anomale. Il Cerved, nel suo recente rapporto, indica che “in più della metà delle oltre 5 mila partecipate dei comuni, le persone che siedono nel Consiglio di Amministrazione sono più degli addetti”.  Per precisione (con ringraziamenti al Cerved per aver fornito i dati disaggregati) si tratta di 2671 società che operano in campi del tutto diversi che vanno dalla consulenza, allo smaltimento dei rifiuti, al commercio al dettaglio  (vedi tavola sottostante).

Partecipate con più cariche del Cda rispetto al numero dei dipendenti per settore di attività

società operative partecipate da Comuni (fino al terzo livello) e non quotate

 
settore  
Consulenza 665
Energia e gas 389
Altri settori 307
Servizi 214
Costruzioni 206
Attività immobiliari 184
Servizi sociali, istruzione e sanità 153
Supporto ai trasporti 142
Smaltimento rifiuti 133
Commercio al dettaglio e farmacie 114
Trasporto pubblico 109
Raccolta, trattamento e fornitura di acqua 55
totale 2671
Fonte: Cerved, portale Cerved PA  

 Il dato stupisce ancora di più perché è opinione diffusa che la spinta all’estensione del fenomeno delle partecipate risieda nelle opportunità di assumere personale aggirando i vincoli imposti agli enti locali.  A uno sguardo ancora più attento I dati rivelano una ulteriore sorpresa: ben 1213  di queste società (peraltro tutte operative) addirittura non hanno addetti, ma solo amministratori. Di queste 86 sono holding, 137 gestiscono attività immobiliari, più di 200 sono società con un unico socio, il resto sono perlopiù società che si occupano delle attività più varie.  Non che tutte queste società siano necessariamente patologiche. Ma il dato indica che ci sono margini  per semplificare il sistema, anche senza dover affrontare la gestione di esuberi del personale.

Partecipate con più cariche del Cda rispetto al numero dei dipendenti per numero di dipendenti

società operative partecipate da Comuni (fino al terzo livello) e non quotate

   
n dipendenti #
nessun addetto 1213
superiore a zero e fino a 5 addetti 1407
più di 5 addetti 51
totale 2671
Fonte: Cerved, portale Cerved PA  

Numeri esorbitanti, estrema diversità, opacità: non è semplice risolvere il problema delle partecipate. Occorrono piani di intervento diversi, proprio perché sono così difformi. Per i cinque servizi pubblici classici occorre raggiungere dimensioni sufficienti per sfruttare le econome di scala possibili, che solo in pochi casi sono attualmente sfruttate. E già in questo campo troviamo una prima eccezione importante: il trasporto pubblico urbano, che è idiosincratico sia in termini di entità del problema finanziario da risolvere (vista la dimensione delle perdite del settore), che di caratteristiche industriali (non è chiara l’importanza delle economie di scala). Per le partecipate strumentali, la questione da risolvere è individuare quali sono state create principalmente per eludere i vincoli del Patto di Stabilità interno e come ovviare al problema. Per le altre che agiscono sul mercato occorre stabilire se esistano motivazioni di interesse generale che ne giustifichino l’esistenza . Certo non si vede  perché un ente pubblico locale debba agire in settori in cui certo non manca l’offerta da parte del settore privato. Ci sono per esempio oltre 50 aziende agricole che producono vino (e anche che lo vendono al dettaglio), fiori, formaggio, prosciutti, zucchero, surgelati…

Occorre ovviamente scendere più nello specifico. Ma non ora. L’articolo 23 del Decreto Legge 66 del 2014 richiede al Commissario per la Revisione della Spesa di predisporre “un programma di razionalizzazione della aziende speciali, delle istituzioni e delle società direttamente o indirettamente controllate dalle amministrazioni locali” un programma che deve essere reso “operativo e vincolante per gli enti locali, anche ai fini di una sua traduzione nel patto di stabilità e crescita interno, nel disegno di legge di stabilità per il 2015”. Questo programma deve essere predisposto entro il 31 luglio 2014. Restate in onda.

 

Chi ha paura del buio?

10 giugno 2014

Circolano da qualche tempo nell’ambiente degli analisti economici delle grandi banche internazionali alcune fotografie che vengono utilizzate per illustrare il persistente spreco di denaro pubblico nel nostro paese. Si tratta di foto dell’Europa di notte prese da satelliti (ne pubblico qui alcune).


foto 1


foto 2


foto 3

 Le foto non richiedono molti commenti: come vedete, le luci splendono nel cuor della notte sullo stivale. Il resto dell’Europa appare molto meno illuminato con l’eccezione del Belgio, di Londra, parti dell’Inghilterra e, naturalmente, della Ville Lumière (si veda anche l’intervento dell’astronauta italiano Paolo Nespoli in http://www.youtube.com/watch?v=yydemA95O9o#t=13)
 Le foto descrivono una realtà confermata dalle statistiche di consumo energetico. Il consumo annuo pro capite per illuminazione pubblica in Italia è di 107 kWh, più del doppio della Germania e della Gran Bretagna e un terzo in più della Francia (nonostante Parigi). A Berlino gli abitanti per punti luce sono 15,6: a Milano sono 9,4 (dati gentilmente forniti da ISTIL). Questo comporta uno spreco di denaro pubblico (l’illuminazione stradale costa circa due miliardi di euro e grava prevalentemente sulle finanze dei comuni) e un inquinamento luminoso i cui danni non vanno sottovalutati (su questi ultimi si veda l’ottimo The economics of light pollution di Gallaway, Olsen e Mitchell pubblicato sul numero 69 (2010) di Ecological Economics). 
Non è la prima volta che la questione dell’eccessiva illuminazione pubblica stradale viene sollevata in Italia. Le obiezioni che vengono mosse a misure di risparmio in quest’area sono di diverso tipo ma tutte infondate:

  • C’è chi attribuisce l’elevata illuminazione notturna non a sprechi ma alle abitudini latine di passare all’aria aperta le serate. Come rinunciarvi? Tranquillizzatevi. Non si tratta di rinunciare a nulla. L’Italia appare molto più luminosa anche nelle immagini del satellite SUOMI NPP (come la foto 1e 3, ottenute in più notti) che sorvola l’Italia all’una e trenta di notte, quando si può presumere che la maggior parte degli Italiani stia ormai a letto.
  • C’è chi teme che la riduzione dell’illuminazione avrebbe come conseguenza una minore sicurezza per chi, a tarda ora, rientrerebbe a casa. La preoccupazione è comprensibile, anche se diversi studi hanno concluso che non esiste evidenza empirica di un legame tra intensità della illuminazione stradale e tasso di criminalità (si veda, per esempio, The influence of street lighting on crime and fear of crime, di Atkins e Storey, Crime Prevention Unit, Paper No. 28, London, Home Office, 1991; e Preventing Crime: What works, what doesn’t, what’s promising, A report to the United States Congress, University of Maryland at College Park, Department of Criminology and Criminal Justice, 1997). Ma in questo caso nessuno propone di spegnere le luci urbane: si può invece risparmiare fino a un miliardo per anno rimpiazzando punti luce che disperdono la luce verso l’alto, eliminando l’illuminazione eccessiva (che non viene neppure percepita dall’occhio umano), utilizzando tecnologie LED, e riducendo l’illuminazione di strade a scorrimento veloce, di aree ad uso industriale o artigianale e di zone urbanizzate non edificate. In Francia, paese dal quale importiamo energia elettrica, migliaia di comuni hanno ormai deciso di spegnere le luci nelle ore notturne (vedi  foto 4), ma è giusto che ognuno affronti le questioni della sicurezza secondo le esigenze locali.


foto 4

  • C’è poi chi solleva obiezioni di natura, per così dire, trasversale. Alcune municipalizzate che rivendono elettricità sono così inefficienti—particolarmente in termini di costi del personale, e, in generale, nei costi fissi—che si sostengono solo con la vendita di quantità di energia eccessive ai comuni controllanti. Riducendo i consumi a quanto effettivamente necessario, si manderebbero in rovina queste municipalizzate. Questo, capite bene, è del tutto paradossale. E’ chiaro che la soluzione del problema deve essere l’efficientamento delle municipalizzate, non il mantenimento di consumi energetici eccessivi. E se proprio le si deve mantenere inefficienti, almeno si rendano palesi i sussidi finanziari, evitando lo spreco in termini di consumi energetici reali.

Naturalmente, ottenere risparmi dell’ordine indicato richiede tempo. Risparmi immediati non trascurabili, dell’ordine di 100-200 milioni l’anno, possono essere ottenuti nel breve periodo attraverso lo spegnimento di luci non necessarie. Ma il grosso dei risparmi richiede investimenti. Da dove possono arrivare le risorse? In proposito, credo sia utile ricordare che:

  • Non ha senso non effettuare investimenti che consentono di risparmiare nel medio termine solo perché comportano un esborso immediato.
  • Se esistono comunque vincoli complessivi sul deficit e debito pubblici, gli investimenti possono essere ridiretti verso le aree che consentono maggiori risparmi nel medio periodo, senza investimenti aggiuntivi. Credo non sia difficile individuare investimenti pubblici con un rendimento inferiore a quello qui considerato.  
  • E’ possibile considerare forme di partenariato pubblico privato che evitino l’esborso immediato di risorse da parte del settore pubblico.
  • Esiste la possibilità di mobilizzare fondi europei per finalità di efficientamento energetico (si veda anche, in proposito, la relazione su “Fondi a supporto dei cambiamenti climatici” di Valter Menghini, dirigente della Cassa Depositi e Prestiti, presentata il 3 dicembre 2012 a Roma alla conferenza “L’illuminazione pubblica nella prospettiva della Smart City”)

Non esistono quindi impedimenti insormontabili a questa operazione di riduzione degli sprechi (con benefici anche per la bilancia commerciale visto che l’Italia importa la gran parte delle risorse energetiche). Si tratta di muoversi con decisione, mobilitando i Comuni e l’opinione pubblica. E con un programma di investimenti in risparmio energetico che non può che giovare al paese. Occorre un po’ di coraggio e smettere di avere paura del buio (su questo anche i gufi saranno d’accordo!).

 

Acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione: OK, il prezzo è giusto!

03 Giugno 2014

Il recente decreto legge 66 (quello degli 80 euro per intenderci) introduce importantissime riforme per gli acquisti di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni. Queste riforme sono volte ad assicurare una discesa dei prezzi di acquisto, consentendo in tal modo che un taglio degli stanziamenti non si rifletta sui volumi acquistati, e quindi potenzialmente dei servizi forniti, ma corrisponda ad una effettiva azione di efficientamento. Questa azione di efficientamento consiste di quattro principali componenti:

  • Si accelerano e rendono più certi i tempi di pagamento da parte della pubblica amministrazione (pagamenti più puntuali dovrebbero portare a sconti)
  • Si rafforza il ruolo dei soggetti che aggregano gli acquisti (acquisti fatti in modo aggregato e da specialisti del settore dovrebbero consentire risparmi)
  • Si aumenta la trasparenza delle spese per beni e servizi, anche con la pubblicizzazione dei prezzi effettivi di acquisto (la trasparenza porta a una maggiore efficienza)

In un mondo ideale, tutto questo basterebbe. Nel mondo reale occorre che qualcuno vada a controllare come si comportano effettivamente le pubbliche amministrazioni. In questo post vi racconto come opereranno questi controlli, alcuni dei quali partiranno fin dai prossimi giorni, mentre altri saranno attivati via via nel corso di quest’anno (uomo – o meglio ente pubblico – avvisato...).

Esiste già da qualche tempo nel nostro ordinamento la norma che impone alle pubbliche amministrazioni di comprare a prezzi non superiori a quelli stabiliti nelle convenzioni CONSIP, la società che centralizza gli acquisti e fa accordi quadro che possono essere utilizzati dalle pubbliche amministrazioni (un accordo quadro consente l’acquisto a certi prezzi di certi prodotti ad un certo standard di qualità). Le amministrazioni possono naturalmente comprare a prezzi più bassi—può succedere che siano più bravi—ma non a prezzi più alti, un principio diffuso in molti altri paesi. I prezzi delle convenzioni CONSIP sono chiamati i benchmark CONSIP.

Fino ad ora però era abbastanza facile eludere questa norma, perché, ovviamente, i benchmark riguardavano solo prodotti con certe caratteristiche. Facciamo un esempio: la convenzione CONSIP poteva stabilire che il prezzo benchmark di un telefono con certe caratteristiche tecniche era di 50 euro. Ora, per evitare il vincolo, bastava dire che occorreva un telefono con caratteristiche anche leggermente diverse da quelle cui si riferiva il benchmark CONSIP (per esempio, occorreva un telefono di colore giallo anziché bianco). Questo non sarà più possibile. Il DL 66 richiede al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) di definire entro il 30 giugno le caratteristiche dei prodotti che possono essere considerate “essenziali”. Soltanto deviazioni da queste caratteristiche potranno essere considerate rilevanti per giustificare acquisti a prezzi più alti del benchmark CONSIP (nell’esempio del telefono potrebbe essere l’inclusione della segreteria telefonica). Il MEF pubblicherà, al più tardi entro il 10 luglio, i prezzi benchmark che corrispondono a queste caratteristiche essenziali. Successivamente potranno partire i controlli sul rispetto di tali benchmark da parte dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici (AVCP).

Ma non basta. Non esistono convenzioni CONSIP per tutti i beni e servizi acquistati dalla pubblica amministrazione. Per i beni non coperti da convenzioni CONSIP il DL 66 prevede che l’AVCP calcoli e pubblichi, entro il primo ottobre 2014 (e mantenga aggiornati), dei prezzi di riferimento, che pure serviranno da tetto per gli acquisti da parte della pubblica amministrazione. Questi prezzi di riferimento saranno calcolati sulla base della distribuzione dei prezzi a cui le pubbliche amministrazioni hanno effettivamente comprato. In pratica, se vedo che la maggior parte delle amministrazioni compra una scatola da 12 matite al prezzo di 7 euro, quello diventa il prezzo di riferimento e chi comprava a prezzi più elevati dovrà adeguarsi. Anche il rispetto di questi prezzi di riferimento sarà verificato da parte dell’AVCP.

Infine, esistono sette prodotti standard (energia elettrica, gas, carburanti rete, carburanti extra rete, combustibili per riscaldamento, telefonia fissa, telefonia mobile) per cui risulta già ora molto più difficile aggirare la norma che imporne di comprare tramite convenzioni CONSIP o a prezzi inferiori (visto che si tratta di prodotti altamente standardizzati). Per questi prodotti i controlli possono partire subito, senza dover attendere la pubblicazione dei benchmark CONSIP e dei prezzi di riferimento. Lo stesso vale per diversi prodotti sanitari per cui esiste già un prezzo “di riferimento”.

In pratica, la Guardia di Finanza e la Ragioneria Generale dello Stato verranno coinvolte in questi controlli —che saranno guidati anche dall’incrocio di banche dati per individuare i settori più “a rischio”— anche in base alle richieste di ispezione e verifica che il Commissario Straordinario (lo scrivente) può richiedere in base all’art. 49 bis, comma 5, della legge 98/2013. Chi non è in regola quindi si adegui rapidamente (il DL 66 consente in proposito la rinegoziazione dei contratti di acquisti di beni e servizi in essere).

Un’ultima precisazione. Non vorrei aver dato l’impressione che il DL 66 parli soprattutto di controlli. Al contrario, comporta, come ho detto all’inizio, una riforma radicale del modo con cui la pubblica amministrazione compra. Si tratta di una fondamentale operazione di efficientamento. Ne parleremo qui nei prossimi giorni.

 

Il reddito del Commissario

25 Marzo 2014

Durante i giorni scorsi il quotidiano Il Tempo ha pubblicato informazioni errate (purtroppo riprese da altri media) riguardo la mia retribuzione per il mio lavoro di Commissario alla revisione della spesa. Avevo in passato indicato pubblicamente che la mia retribuzione annua lorda è stata determinata dal Consiglio dei ministri in 258.000 euro (inferiore al tetto di 301.000 euro fissato per i dipendenti pubblici per l’anno 2013). Mi è stato fatto notare che questa informazione non era però stata inserita sul sito della Revisione della Spesa.

Sebbene non esista alcuna norma che imponga né inviti il Commissario Straordinario a pubblicare informazioni personali (ad eccezione delle figure commissariali istituite in base alla L. 400/1988), pubblico oggi sul sito della revisione della spesa tutte le informazioni riguardanti il mio stato patrimoniale e il mio reddito, scegliendo come riferimento le norme rigorose che riguardano i componenti degli organi di indirizzo politico, pur non essendo annoverabile nella categoria.

Naturalmente, se come da me proposto, si riducessero i compensi per i dirigenti pubblici, troverei giusto che la stessa riduzione si applicasse alla mia retribuzione, anche se, formalmente, il ruolo di Commissario non è equiparato a quello di un dirigente pubblico.
Ho scelto peraltro di tornare a lavorare in Italia e quindi di percepire qui la pensione del Fondo Monetario Internazionale, per la quale ho versato i contributi negli Stati Uniti, assoggettandola così al prelievo fiscale del nostro paese.

A seguito di una mia sollecitazione, l’Agenzia delle Entrate ha confermato che anche quel reddito proveniente dall’estero può essere regolarmente tassato; peraltro nella mia corrispondenza con l’Agenzia avevo indicato che “se i redditi in questione risultassero esenti, destinerei comunque al Fondo Ammortamento Titoli di Stato un importo equivalente alla tassazione corrispondente per la durata del mio attuale incarico.” Se avessi continuato a percepire questo reddito negli Stati Uniti, sarebbe stato tassato solo parzialmente (la quota corrispondente ai contributi versati dal dipendente non è oggetto di imposta) e con l’aliquota molto più bassa del 46,23% a cui viene assoggettato adesso in Italia.

Un’ultima considerazione: le tasse che pago in Italia sulla pensione erogata dal Fondo Monetario Internazionale coprono più dell’80% del compenso che ricevo per il lavoro di commissario (115.000€ di tasse sul reddito “americano” contro 140.000€ di retribuzione netta “italiana”). In altre parole, chi scrive a proposito del costo del Commissario per lo Stato, dovrebbe stimare che il mio lavoro di Commissario costa alla Repubblica Italiana circa 28.500€ l’anno.

 

Infondate le affermazioni del quotidiano il Tempo sulla retribuzione del Commissario per la revisione della spesa

20 Marzo 2014

Le informazioni pubblicate oggi dal quotidiano Il Tempo sulla remunerazione del lavoro del Commissario straordinario per la revisione della spesa sono sbagliate.

Il Tempo scrive che il Commissario sarebbe compensato con un contratto del valore di 950.000 euro per quattro anni, dal 2013 al 2016. La norma richiamata nell’articolo fissa invece il tetto del costo massimo per lo Stato, non la retribuzione annua lorda effettivamente concordata, determinata (con DPCM del 16/12/2013) nel minore importo di 258.000 euro.

Il Tempo scrive anche che quell’importo per la remunerazione del lavoro del Commissario sarebbe stato spalmato su quattro anni, benché il lavoro sia cominciato soltanto nell’ottobre del 2013, per eludere il tetto massimo dei compensi previsti per i dirigenti pubblici. È un’informazione sbagliata, perché in realtà la retribuzione lorda annua concordata per il lavoro del Commissario è pari – come detto – a 258.000 euro, quindi 43.000 euro in meno (ovvero il 14% in meno) del tetto massimo. Peraltro a questo importo non si aggiunge alcun altro benefit, come invece è prassi per molti manager privati e pubblici (per esempio autovettura di servizio).

Poiché si tratta di una retribuzione su base annua, per il 2013 il Commissario ha percepito una remunerazione calcolata sul periodo di servizio effettivamente prestato. Quanto si legge nel titolo: “Per Cottarelli 2.200 euro al giorno. In soli 68 giorni (Natale incluso) del 2013 ha intascato 150mila euro” è pertanto falso: il compenso riconosciuto per il lavoro del Commissario nel 2013 è stato di 48.733 euro al lordo delle imposte.

Carlo Cottarelli

 

Qualche chiarimento sullo stato dei lavori per la Revisione della Spesa (RS)

18 Gennaio 2014

Mi viene riferito che il mio silenzio mediatico (la mia ultima intervista risale a metà dicembre) sarebbe stato interpretato da alcuni come un sintomo di disagio riguardo il prosieguo dei lavori, da altri come evidenza di dissapori all’interno della pubblica amministrazione sul progetto di RS, da altri ancora come prova della mia fuga verso destinazione esotiche.

Chiariamo subito questo silenzio. Ci sono momenti in cui si illustra un progetto e momenti in cui si esegue un progetto. Tra fine novembre e inizio dicembre c’era la necessità di spiegare in cosa consistesse la RS, come sarebbe stata organizzata e quali sarebbero stati i tempi. Ora si sta lavorando al progetto. Non c’è moltissimo di nuovo da dire tranne che stiamo lavorando. Ho per questo declinato le numerose richieste d’intervista ricevute nelle ultime settimane (grazie comunque per l’offerta e mi scuso per aver dovuto declinare l’invito).

Detto questo, onde evitare che questo silenzio sia interpretato come conferma delle varie storie circolate nei giorni scorsi su come stanno proseguendo i lavori, mi sembra utile usare questo spazio per offrire alcuni elementi fattuali al dibattito.

  • I lavori proseguono come da programma: i 25 gruppi di lavoro si riuniscono periodicamente e formuleranno le loro proposte entro fine febbraio come input per possibili decisioni a livello di politica economica che il Governo valuterà nel corso della primavera. Quindi non ci sono ritardi rispetto alla tabella di marcia.
  • Dopo due incontri a dicembre con tutti i coordinatori dei gruppi di lavoro, sto ora conducendo incontri bilaterali con ognuno dei gruppi, in particolare con i cosiddetti gruppi “verticali”, quelli che coprono le spese dei vari ministeri e altre amministrazioni. Questi incontri sono volti a discutere gli sviluppi dei lavori e valutarne l’impatto sulla spesa. Completerò questi incontri entro la fine del corrente mese di gennaio.
  • Naturalmente, come pure indicato nel mio programma di lavoro, manterrò indipendenza di giudizio rispetto alla attività dei gruppi di lavoro (in altre parole, con il supporto del gruppo di base della RS e del Ministero dell’Economia e delle Finanze, valuterò l’adeguatezza delle conclusioni dei gruppi rispetto alle finalità definite nel documento di indirizzo della RS e potrò fornire suggerimenti aggiuntivi).
  • Il lavoro di RS richiede una stretta collaborazione tra il gruppo di base della RS — composto da me e dai miei collaboratori — e le strutture del MEF, a partire dalla Ragioneria Generale dello Stato (RGS). Questa collaborazione sta funzionando al meglio. Ogni gruppo di lavoro comprende un rappresentante della RGS e abbiamo incontri frequenti con rappresentanti della RGS. Daniele Franco — il Ragioniere Generale dello Stato — e io discutiamo quasi giornalmente del progresso dei lavori. Le storie di possibili dissapori tra il gruppo di RS e la RGS sono dunque prive di ogni fondamento.
  • Sono prive di fondamento anche le notizie di presunti dissidi tra il lavoro di RS e Palazzo Chigi. Il 7 gennaio un giornale indicava che la spending review (molti continuano a preferire il termine inglese) aveva come primo obiettivo le spese di Palazzo Chigi, di cui si fornivano esempi. L’articolo era scritto—a parere di molti—in uno stile che suggeriva che le informazioni provenissero da me mentre erano tratte dal sito stesso di Palazzo Chigi, dove il Governo – ispirandosi a un criterio di massima trasparenza – pubblica numerose informazioni sul proprio funzionamento. Per completezza, aggiungo che l’autore del pezzo mi aveva chiamato la sera del 6 gennaio dicendomi che stava scrivendo un articolo sulla RS. Ho indicato che non intendevo dare interviste perché era il momento di lavorare e non di parlare e che, come background, potevo solo confermare che i lavori stavano proseguendo secondo programma (come ho riferito nel primo punto sopra). Ma qui devo ammettere di aver commesso un errore: quando è uscito l’articolo avrei dovuto chiarire che quanto detto su Palazzo Chigi non proveniva da me (né nei fatti specifici né nella sostanza). Ho sottovalutato l’impatto dell’articolo. Mea culpa.

La revisione della spesa è un lavoro delicato e che attira ovviamene molta attenzione. Continueranno ad uscire notizie su come proseguono i lavori, su questa o quella spesa che è sottoposta a particolare scrutinio, e su questa o quella raccomandazione di risparmio. Credo occorra rassegnarsi a questo. E tuttavia non possiamo non costatare che la ricerca di effetti scandalistici costituisce un’azione di disturbo e non è di aiuto a tutte le persone che in questo momento stanno lavorando a quella profonda azione di efficientamento della spesa pubblica che l’economia italiana richiede.

Carlo Cottarelli

 

Spending review e qualità della spesa pubblica: un chiarimento

03 Gennaio 2014

I processi di revisione della spesa sono spesso visti in Italia come pure operazioni di riduzione della spesa. Certo, nello specifico contesto italiano il risparmio di spesa è un obiettivo di questa revisione della spesa (visto il bisogno, reiterato dal Presidente del Consiglio Letta anche nella conferenza stampa di fine anno, di rinvenire risorse per ridurre la tassazione sul lavoro senza sfasciare i conti pubblici). Ma le spending review (mi si consenta di utilizzare, al contrario di quello che faccio solitamente, questo e altri termini in inglese visto che farò riferimento a pratiche di bilancio internazionali) mirano in primo luogo ad una valutazione della qualità della spesa pubblica, di quello che nei paesi anglosassoni si chiama "value for money", l'uso delle risorse pubbliche per produrre servizi che servano davvero al cittadino e che valgano il carico che inevitabilmente essi richiedono per il cittadino-contribuente. L'enfasi è quindi sulla qualità della spesa e non necessariamente sul suo volume.

Valutare se interventi di spesa producono effettivamente valore per la collettività - e non solo per qualcuno - e se sono davvero delle priorità (rispetto ad altri utilizzi, compresa la riduzione del carico fiscale) richiede una analisi attenta che deve coinvolgere l'intera gestione del bilancio delle pubbliche amministrazioni. In effetti le spending review sono una componente di un nuovo approccio alla gestione della spesa pubblica che ha ormai preso piede in molti paesi avanzati. Mi riferisco al "performance budgeting", la preparazione del bilancio sulla base della performance, cioè dei risultati che si vogliono ottenere e non semplicemente dell'allocazione dei fondi a diversi percettori pubblici e privati. Questo approccio richiede di:

  • definire - in modo chiaro e trasparente - gli obiettivi che si vogliono raggiungere con i vari programmi di spesa (da qui il termine di "program budgeting" che viene pure usato per descrivere questo processo);
  • chiarire perché tali obiettivi sono importanti;
  • definire degli indicatori (o altri processi equivalenti) per capire ex post se gli obiettivi sono stati raggiunti e se il programma di spesa è stato effettivamente utile.

La spending review è solo l'ultima fase di questo processo di gestione della spesa pubblica. E' la fase in cui si valuta se i programmi di spesa siano stati validi, se vadano continuati o se le risorse debbano essere destinate ad un miglior uso.

Seguendo questo approccio si evitano interventi di spesa che:

  • definiscano il percettore delle risorse ma di norma non i risultati che ci si vogliono ottenere;
  • non siano accompagnati da alcuna analisi comparata sull'uso alternativo delle risorse;
  • non facciano parte di una strategia volta a risultati significativi ma sono "episodici";
  • siano troppo piccoli per fare una differenza effettiva a livello collettivo (ma, nel loro complesso possano comunque avere un peso rilevante sul bilancio pubblico).

Vista la necessità di focalizzare le decisioni di spesa su una analisi, anche complessa, degli obiettivi che si intendono raggiungere, il performance budgeting è anche tipicamente accompagnato ad una riduzione della frequenza di interventi episodici: valutare la qualità della spesa è un esercizio che obbliga ad un intervento di elevata qualità ma parsimonioso in termini di frequenza degli interventi. In altri termini, fa premio la spesa di alta qualità in progetti strategici rispetto ad un approccio di continua aggiunta di nuovi programmi di spesa.

Si noti che, in linea di principio, la legge 196 del 2009 sul bilancio dello Stato introduceva il "performance budgeting" anche in Italia (in realtà i primi tentativi di introdurre indicatori di qualità della spesa risalgono al 1999, se non prima). Ma in pratica i processi di preparazione del bilancio, e i processi di spesa in generale, non sono cambiati e seguono ancora spesso la logica dell'individuazione della destinazione della spesa piuttosto che quella dei risultati che si vogliono ottenere. Il bilancio dello Stato viene presentato in termini di programmi, ai quali sono associati indicatori di risultato. Ma programmi e indicatori sono spesso definiti in modo inadeguato. Inoltre, i principi del performance budgeting dovrebbero essere applicati ad ogni decisione di spesa, anche a quelle che vengono prese al di fuori del ciclo regolare di bilancio (che dovrebbero comunque essere minimizzate per consentire una valutazione comparata del merito di vari programmi di spesa e per garantire l'unitarietà del bilancio). 

Come indicato nel mio programma di lavoro, approvato dal Comitato interministeriale per la Revisione della Spesa, l'attività di RS appena iniziata è anche volta a rendere effettiva la riforma del 2009. Non sarà facile, ma migliorare la gestione della spesa pubblica è essenziale perché servizi pubblici di alta qualità, forniti al più basso costo possibile, sono essenziali per la crescita.

Carlo Cottarelli